“Hai chiesto il permesso? T’hanno detto de no? Stacce.” cit

Parto da un’articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena qualche settimana fa (http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/05/02/news/insegna-alle-donne-a-difendersi-ma-pesta-la-sua-ex-di-modena-1.15281081).

In quest’articolo viene riportato il caso di un uomo, che chiamerò l’Abbandonato per motivi che vi saranno presto chiari. Dunque, l’Abbandonato è un insegnante di arti marziali che impartisce a gruppi di donne lezioni di difesa personale. Per anni, l’Abbandonato consiglia, insegna, forma ed informa queste donne su come reagire, dove colpire come sottrarsi a brutti attacchi di bruti. Insegnare alle donne come difendersi è il suo lavoro e lo fa per anni, finché arriva il giorno che la sua fidanzata, che chiamerò l’Arpia, decide di mollarlo.

Straziato dall’abbandono sfodera tutte le sue conoscenze marziali ed ‘esasperato’ si accanisce sull’ex compagna spaccandole le ossa.

Ora, si da il caso che l’Arpia fosse anche un’ avvocato, il che di certo non ha giovato all’Abbandonato, che infatti finisce in esilio, ufficialmente diffidato dall’avvicinarsi non solo all’urbe, ma anche all’avv. Arpia in persona. Come si chiami l’Abbandonato non è lecito sapere, ma è facile evincere dai fatti accaduti che per anni gruppi di donne hanno sostenuto e rispettato l’uomo dal quale, andando a frequentare quel corso, intendevano difendersi.

Una storia di marketing limoso, dove la frode, qual’ora ci fosse, farebbe parte del gioco; c’è una palestra che offre corsi, un istruttore che vuole tenerne uno ed un target su cui puntare il prodotto offerto. In effetti, un corso di difesa personale per donne, grazie alle condizioni socio-culturali contestuali offre, senza tema di smentita, un target ampio su cui markettare un po’. C’è chi fa spinning, chi fa yoga, chi sceglie di fare acquagym. Una donna costretta a difendersi aggredendo è come una che vuole tonificare i muscoli, oppure allungarli. Pare, niente di più, niente di meno. L’articolo parla di un istruttore accreditato, senza porsi affatto la questione della natura di questi crediti. Per lo scoop basta solo l’idea del paradosso, senza far cenno alcuno al fatto che questo tipo di paradosso sia diffuso e radicato nella nostra cultura tanto da poter essere inserito nella categoria degli eventi normalmente verificabili. L’articolo non fa nomi e cognomi, forse per tutelare i protagonisti della storia, per tutte noi però è un bene perchè ci permette di non identificare, in modo tale che quello che così facendo si ridurrebbe ad uno, specifico e limitato, rimanga sostanzialmente aperto ad accogliere un Chiunque. Per questo motivo anche io non farò nomi che non siano inventati in questa prossima storia realmente accaduta che vorrei raccontarvi.

Siamo a Roma, al di fuori del mercato più becero, all’interno di una delle tante realtà ‘attive’ dove il sociale, l’economia e la cultura sono tematiche politiche. Tutto nasce da un incontro tra donne tenuto presso la sede di un comitato di quartiere che chiamerò Comitato Q. Da quell’incontro nasce, fra tante, un idea, sostanzialmente non nuova: quella di organizzare in un luogo aperto, senza cancelli, occupato, antifascista, antispecista, antisessista, che chiamerò LostOrto, un corso di auto difesa, organizzato tenuto e frequentato esclusivamente da donne. Le donne presenti all’incontro e quelle assenti, ma vicine, aderiscono all’idea e, seppur consapevoli che usare violenza contro violenza significhi tamponare temporaneamente senza risolvere effettivamente nulla, reagire senza anticipare, decidono comunque di reincontrarsi per organizzarsi.

Ve la faccio breve e vi tolgo intreccio e suspense: questo corso, queste donne, non lo fecero mai. Dopo essersi riunite, dopo aver valutato, proposto, discusso e deciso, autonome, libere, senza fretta e senza intrusioni maschili, dopo aver avuto il consenso dell assemblea di gestione del LostOrto per l’uso degli spazi, di fronte a futili, aggressive, deboli e poco argomentate opposizioni di qualche individuo maschio, amico e fratello, che di fatto si risolvevano nella deprecabile intenzione di esse, di farci sopra del business (lavoro nero, commercio e quant’altro), alcune di quelle donne si rimisero in discussione completamente, ritirandosi dal corso che avevano collaborato a pensare ed organizzare, altre fuggirono inorridite da quanto stava accadendo, altre si esposero al rogo prima di fuggire inorridite, mentre il resto di loro non fece una piega se non riconoscere un certo machismo serpeggiante che sarebbe stato successivamente sanato dagli stessi eventi in questione e dai loro esiti, che funsero da enzima catartico per donare ad altri (uomini) consapevolezze (a mamma!!) che a noi donne costarono in termini di azioni. Questo non tanto per dire, diffidiamo da chi ci insegna o ci consiglia senza comprendere la complessità del fenomeno, da chi ci giudica o ci da il permesso, come sappiamo già, siamo in grado di fare tutte queste cose da sole. Ma questo per dire soprattutto diffidiamo dagli ambienti più ‘insospettabili’ e ‘accreditati’, perchè alcune dinamiche sono tutt’oggi così ben inserite nelle trame del tessuto culturale sociale e politico da confondersi tra i fili persino agli occhi delle tessitrici più esperte. Diffidiamo ovviamente anche da chi ci invita a diffidare. Ma se qualcuno ci obbliga ad andare su Marte, ricordiamoci un principio base dell’arte marziale: si indietreggia solo per avanzare.

Sara.L’Infastidita.

2 pensieri riguardo ““Hai chiesto il permesso? T’hanno detto de no? Stacce.” cit”

  1. Ciao Sara grazie della condivisione! Sia per il link all’articolo sul corso di autodifesa per donne tenuto da un uomo in una palestra, corsi che hanno sempre avuto la mia diffidenza, anzi direi, ostilità, proprio perché la casa del padrone non si smonta con gli strumenti del padrone (Audre Lorde, piu o meno). E infatti ecco che l’insegnante e l’uomo violento coincidono, guarda un pò che strano. E come sempre le esperienze vissute ci mettono un attimo a sgomberare il campo da tanti se e ma.
    Per quanto riguarda il corso di autodifesa tra donne che alcune hanno provato ad organizzare e v’hanno fatto passere la voglia… se a qualcuna la voglia è rimasta nonostante tutto, contattatatemi tramite Thalassa e posso indirizzarvi ad esperienze romane già esistenti! Ciaoooo

    1. Ciao Emanuela, il tuo commento è breve ma ricco di spunti per ulteriori riflessioni. Mi chiedo: il potere di offendere fisicamente o moralmente qualcuno, così come ogni forma di potere, è difficile da gestire solo per gli uomini o anche per le donne? Faccio come mi consigli e guardo i fatti, la mia esperienza personale mi suggerisce che la difficoltà è di tutti e non è il sesso ma la testa a fare la differenza. Se invece allargo l’inquadratura e guardo all’esperienza storica e sociale, sempre in soggettiva, perché di più non posso, vedo tutt’altro. Così, come per il gatto di Schrodinger, mi ritrovo con l’esistenza di due stati opposti contemporaneamente. Rimane una certezza però, che l’autodifesa femminile non è uno sport ma una necessità derivata da una condizione socio-culturale e non basta il colore di una cintura o di una maglietta per poterla affrontare. È per questo che quelle donne romane di cui ti ho parlato, delle quali come hai ben intuito facevo parte anch’io, misero tutto quell’entusiasmo iniziale nel voler aggiungere un’altra realtà a quelle già esistenti dove praticare in un certo modo, in un posto che era anche loro. Cogli proprio il centro quando dici “v’hanno fatto passare la voglia”. Ora, dopo tanto tempo, sono passati 2 anni, a rogo spento e a capretto mangiato, ho voluto ragionare per capire dove abbiamo sbagliato. Perché non abbiamo bypassato quel muro così maldestramente imposto, perché non siamo diventate acqua. Credo che il problema non fu semplicemente quel machismo interno, quanto la nostra risposta ad esso, di noi donne. Grazie per avermi fatto scoprire Audre Lorde e voglio citarti un suo pensiero che dice in poesia quello che io cerco di esprimere arrovellandomi il cervello: “The true focus of revolutionary change is never merely the oppressive situations that we seek to escape, but that piece of the oppressor which is planted deep within each of us”.

      Infine, anche se ho già la mia maestra preferita, si vorrei conoscerle queste altre realtà a cui fai riferimento. Grazie. Ciao (:
      SARA L’INFASTIDITA

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