Annie Lush: “Le donne a bordo? Agli uomini non devono dimostrare nulla”

Annie Lush: “Le donne a bordo? Agli uomini non devono dimostrare nulla”

La velista di team Sca e poi di Team Brunel alla Volvo Ocean Race conversa con Laura Canepuccia, scrittrice-marinaia. “Differenze fisiche? Se mi metti al grinder con un uomo della mia stessa stazza, non è detto che lui sia più forte di me”

Annie Lush

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Pubblicato il 09/12/2018
Ultima modifica il 09/12/2018 alle ore 18:56
LAURA CANEPUCCIA

Laura Canepuccia, autrice del libro “Svalbard”, pubblicato di Nutrimenti, velista e marinaia, prosegue la discussione sulle quote rosa nella vela. Lo fa con un colloquio con la britannica Annie Lush, già con team Sca alla Volvo Ocean Race 2013/14.

Dopo il gran numero di articoli scritti sul dibattito sollevato dall’imposizione delle quote rosa negli equipaggi della mitica Volvo Ocean Race, finalmente ho l’opportunità di incontrare Annie Lush. Sin dalla nascita immersa nel mondo della vela e della competizione, Annie ottiene il titolo di campionessa mondiale in ben 4 edizioni delle olimpiadi, Annie è una delle prime veliste ad essere selezionata a far parte del team tutto al femminile di SCA nell’edizione 2013 della VOR. E ha corso l’ultima edizione con Team Brunel.

“Il grande colpo fortuna di essere vincitrice delle olimpiadi in Brasile e l’arrivo dei mitici velisti nello stesso porto dove si erano appena conclusi i giochi, è stato fondamentale. Era come se gli ultimi tasselli del puzzle a cui lavoravo da anni si fossero incastrati tutti assieme in quel momento. Quando mi sono giunte all’orecchio le voci che si stava pensando di fare un equipaggio tutto al femminile per la prossima edizione non ho esitato un momento. Quando mi metto in testa qualcosa non mi ferma nessuno! Ho preso e ho telefonato proponendomi io stessa per la selezione.” Cosi mi spiega come è andato il difficile salto che l’ha portata a navigare per i grandi oceani del mondo. Un passaggio che molti, e in particolar modo molte, non riescono a fare, rimanendo incastrate nel giro delle regate delle piccole imbarcazioni.

“Erano passati 12 anni da quando una donna era stata ammessa alla mitica regata e noi tutte, mancavamo di esperienza. Allora mi resi conto che avere un equipaggio tutto femminile era l’unico modo per poter rientrare in gare come queste. Se avessimo aspettato che un regatante uomo portasse dentro una di noi, grandi professioniste ma senza esperienza su queste belve di carbonio, nulla sarebbe cambiato. Siamo rientrate a gamba tesa!”. La grande donna inglese con una stazza da 80 kg ha uno sguardo infuocato mentre pronuncia queste parole. Ogni poro emana una forte determinazione ma anche tensione per essere state precluse nel dimostrare che ci siamo, siamo tante e siamo grandi professioniste.

Lei stessa va avanti nel suo racconto sapendo che quello le avrei chiesto di conseguenza, era legato ai generi. “Non è vero che c’è una differenza fisica. Se mi metti al grinder con un uomo della mia stessa stazza, non è detto che lui sia più forte di me. È ovvio che se metti una ragazza a competere con un armadio d’uomo non c’è gara, ma non ci sarebbe neanche se ad affrontarlo fosse un uomo altrettanto piccolo come quella ragazza. E ti assicuro che per quanto riguarda la dedizione, il sacrificio e la capacità d’essere team è assolutamente legata alla persona e non al genere. Non è vero che le donne siano tutte galline acide incapaci di collaborare tra loro e con gli altri. Ti faccio presente che su team di tutti uomini queste cose accadono eccome. Sul Abu Dhabi i turni erano organizzati in modo tale che due di quell’equipaggio non si incontrassero mai, se no si sarebbero scannati!”

Parlare con la Lush accende ancor di più quell’ardore nel lavorare per far si che la cultura del secondo millennio cambi. “Tu hai avuto la grande opportunità di essere presente nelle due ultime edizioni in due realtà estremamente diverse: l’eseprienza di SCA tutta la femminile e quella di Brunel in cui eravate solamente in due rispetto i sette uomini a bordo. Che differenza hai notato? “Sai che purtroppo ho avuto un incidente nella terza tappa a bordo di Brunel. Un’onda mi ha colpita in pieno e sono volata sbattendo piede e schiena. Li per li non riuscivo a muovere un piede ma poi tra adrenalina e senso di colpa per lasciare i miei compagni sobbarcarsi tutti i compiti che svolgevo io a bordo, mi sono rialzata. È che quando sei in una situazione come la Volvo, in cui tutti sono fondamentali, non ti permetti di stare male. Perdi il senso della realtà ed inizi a dubitare che il dolore che provi sia qualcosa di serio oppure no”.

“E poi c’è stato anche il commento di uno dei compagni con cui navighi – continua a raccontare Annie-: “Per me è solo lo shock della caduta e niente altro!”. Sinceramente mi domando se avrebbe fatto lo stesso commento se su quella branda ci fosse stato un uomo! Dopo qualche giorno mi sono rialzata e ho cercato di fare tutto quello che potevo. Quando siamo arrivati hanno constatato che avevo un osso rotto sulla schiena e due sul piede. Ho rischiato veramene grosso!”. E poi: “ La grande differenza tra i due team SCA e Brunel? E’ che noi eravamo un vero team, un gruppo affiatato. Su Brunel avevamo lavorato pochissimo assieme. Un approccio completamente diverso che mina le opinioni dei velisti a bordo e in un qualche modo non ci si fida totalmente dell’altro. Ma questo non credo dipenda dal genere, ma dal differente approccio al lavoro di gruppo”

Questa sera siamo tutte donne in questo incontro e quindi i freni classici si lasciano andare e Annie continua a raccontare. “Lo spazio lasciato agli uomini anche se più giovani e con meno esperienza di noi donne, è totalmente diverso. È come se gli uomini avessero necessità di fare quadrato, preoccupati di essere usurpati di quel ruolo di comando che detengono da decenni. E quindi pian piano a bordo di una barca mista o con maggioranza uomini, essi prendono il sopravvento lasciando i ruoli meno importanti a noi donne, pur avendo noi più esperienza”.

Dopo l’incontro con la grande velista rileggo l’intervista di Fabio Pozzo del novembre 2017 fatta ad Alberto Bolzan: “Ricapitoliamo: le donne sono più deboli fisicamente, ma lo sono anche dal punto di vista della strategia di navigazione, perchè manca loro – salvo eccezioni- l’esperienza. L’esperienza serve anche a reggere lo stress delle lunghe tratte. Quando, è inevitabile, alla fine le donne si trovano a doversi rapportare con sette uomini che fanno quadrato tra loro…”, scrive l’autore. E continua Bolzan: “La regola è un passo indietro. Perchè non si è continuato con equipaggi tutti femminili? È stato negato alle donne di poter gareggiare contro gli uomini…”.

Ed è proprio questo il punto di stacco della visione del mondo da parte di una donna e di un uomo. Come dice anche Annie Lush, noi non vogliamo gareggiare contro gli uomini per dimostrare che possiamo. Lo abbiamo fatto già con SCA. Noi siamo spinte dallo stesso ardore di metterci alla prova con noi stesse e con gli elementi del mare e del vento. Il senso di competizione è il nostro pane quotidiano ma non con i nostri stessi membri di equipaggio ma contro le barche avversarie!”.

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